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MAGAZINE N.67 | Sovranità digitale: l’infrastruttura non basta, serve il controllo dei processi

Infrastrutture europee, normative più stringenti, mercato in fermento: la sovranità digitale è tornata al centro del dibattito. Ma la sfida vera non è solo nel dove risiede il dato ma di chi controlla il processo.

 

Il tema della sovranità digitale non è nuovo. Da anni se ne parla nei convegni, nei documenti di policy europei, nelle agende dei CIO.

Ma qualcosa è cambiato negli ultimi mesi, e il cambiamento ha un nome preciso: geopolitica. La guerra commerciale tra USA e Cina, le tensioni transatlantiche, il CLOUD Act americano che consente alle autorità statunitensi di accedere a dati conservati su qualsiasi server nel mondo — inclusi quelli europei — hanno trasformato la sovranità digitale da tema da convegno a variabile concreta nelle decisioni di acquisto di CIO e responsabili IT. Non è un caso che, secondo le rilevazioni più recenti, il 61% dei CIO dell’Europa occidentale dichiari oggi che i rischi geopolitici influenzeranno negativamente il ricorso ai provider cloud globali: una percentuale che sarebbe stata impensabile cinque anni fa. Ed ora che il dibattito ha smesso di essere accademico è diventato una pressione concreta sul mercato, con effetti misurabili sulle scelte tecnologiche di imprese e pubbliche amministrazioni.

Come sponsor dell’Osservatorio Cloud Ecosystem & Sovereignty del Politecnico di Milano — giunto alla sua diciassettesima edizione — seguiamo con attenzione l’evoluzione di questo scenario. E ciò che emerge dalla ricerca del PoliMi è chiaro: il concetto di sovranità digitale è più complesso di come spesso viene raccontato, e le imprese che lo affrontano in modo superficiale rischiano di prendere decisioni sbagliate.

 

Il dibattito che si è fermato a metà

La narrativa dominante sulla sovranità digitale ruota attorno all’infrastruttura: datacenter in territorio europeo, provider certificati ACN, conformità al GDPR, riduzione della dipendenza dagli hyperscaler americani. Tutte questioni legittime e importanti. Ma c’è un punto cieco in questa conversazione che poche aziende hanno il coraggio di sollevare.

“Se i tuoi dati sono custoditi in un datacenter italiano ma i tuoi processi — le approvazioni, la gestione documentale, il workflow di onboarding — girano su piattaforme la cui roadmap, il cui codice e la cui intelligenza artificiale sono governati da aziende americane o asiatiche, di quale sovranità stiamo parlando?”

La sovranità si misura anche sulla capacità di controllo, non solo sulla geolocalizzazione dei server. E il controllo, nel mondo digitale aziendale, si esercita sui processi: su come vengono modellati, modificati, automatizzati, adattati alle normative in continua evoluzione.

La dimensione processuale: quella che nessuno misura

Immaginate un’organizzazione che ha investito in un’infrastruttura cloud certificata e conforme, ma i cui processi core — dalla gestione delle pratiche alle approvazioni interne, dalla comunicazione con i cittadini alla gestione dei contratti — dipendono da vendor globali che possono modificare le condizioni di servizio, aumentare i prezzi, deprecare funzionalità o semplicemente interrompere un prodotto. Quella organizzazione ha una sovranità di facciata.

La vera autonomia operativa si misura su una domanda semplice: se domani il vostro vendor principale di applicazioni decidesse di cambiare le condizioni o uscire dal mercato italiano, quanto ci vorreste per ricostruire i vostri processi digitali? Se la risposta si misura in anni e in milioni di euro, la dipendenza è strutturale — indipendentemente da dove si trovano i dati.

Il no-code come fattore di sovranità

È in questo contesto che il paradigma no-code assume un significato che va ben oltre la semplificazione tecnologica. Una piattaforma no-code italiana — progettata per rispettare le normative europee, governata da una roadmap indipendente dagli interessi dei grandi player globali — restituisce alle organizzazioni qualcosa di prezioso: la capacità di disegnare, modificare e possedere i propri processi.

Quando un ente pubblico o un’impresa privata può costruire e modificare autonomamente i propri workflow di approvazione, i propri processi documentali, le proprie integrazioni con i sistemi esistenti — senza dipendere da cicli di sviluppo di vendor esterni, senza aspettare aggiornamenti decisi altrove — sta esercitando un atto concreto di sovranità digitale.

Questo è il modello che abbiamo scelto con Jamio. Non una sovranità ideologica, ma operativa: la piattaforma è ospitata su infrastruttura Microsoft Azure con datacenter in area europea, è certificata ISO 27001 e conforme GDPR, ma soprattutto è governata da una roadmap italiana, con un team di sviluppo che risponde alle esigenze del mercato europeo e che non deve rispondere a logiche di ottimizzazione fiscale transatlantica.

L’Osservatorio Cloud Ecosystem & Sovereignty del Politecnico di Milano ha introdotto una tassonomia specifica per il Cloud Sovrano, distinguendo tra sovranità infrastrutturale, sovranità dei dati e sovranità applicativa. È proprio su quest’ultima dimensione — quella che riguarda chi controlla la logica di business — che il mercato italiano ha ancora molto da costruire.

Settori dove la sovranità applicativa è critica

Non tutti i contesti hanno la stessa sensibilità al tema. Ma ci sono settori dove la dipendenza da vendor applicativi globali è un rischio concreto, non solo teorico.

Nella Pubblica Amministrazione, la capacità di adattare i processi alle normative italiane ed europee in evoluzione rapida — dal Codice del Consumo al CAD, dalle norme sulla firma digitale alla gestione delle PEC — richiede una piattaforma che possa essere modificata in tempi brevi, senza dover aspettare che un vendor globale decida di italianizzare il suo prodotto.

In Sanità, la gestione dei percorsi clinici, del rischio clinico e dei flussi documentali tra strutture coinvolge dati tra i più sensibili. Affidarsi a piattaforme applicative non europee per la gestione di questi processi pone domande legittime — non solo di compliance, ma di controllo effettivo.

Nel mondo delle PMI, infine, la sovranità digitale si gioca anche sulla capacità di mantenere un IT snello e flessibile: poter adattare i propri processi senza ingaggiare costose consulenze esterne o aspettare mesi per un aggiornamento è spesso la differenza tra un’organizzazione agile e una che rimane inchiodata a procedure superate.

Un contributo al dibattito, non una risposta definitiva

Non siamo qui a sostenere che il made-in-Italy sia per definizione superiore, né che le grandi piattaforme globali siano da evitare a priori. L’ecosistema cloud è complesso e le scelte tecnologiche devono rispondere a criteri multipli: costo, maturità, integrazione, supporto.

Ma siamo qui a sostenere che il dibattito sulla sovranità digitale non può fermarsi all’infrastruttura. Deve scendere al livello dove si prendono le decisioni operative: chi modella i processi, chi li può cambiare, chi decide come evolvono.

L’Osservatorio del PoliMi sta facendo un lavoro fondamentale nel misurare e portare rigore analitico a questo tema. Come sponsor, condividiamo l’approccio: la sovranità digitale si costruisce con scelte consapevoli, non con slogan. E si misura non solo nei datacenter, ma nei workflow delle organizzazioni.

Martin Arborea Jamio openwork

Editoriale a cura di:
Martin Arborea
co-Founder and Marketing & Sales Director Openwork

Clienti Partner Jamio openwork

Jamio Community Day 2026: a Milano la terza edizione con DWIT partner

Jamio Community Day 2026 No-code real impact

La community di Jamio si prepara a incontrarsi nuovamente per la terza edizione del Jamio Community Day, l’appuntamento annuale dedicato a no-code, innovazione e networking.

L’edizione 2026, realizzata in partnership con DWIT /eGlue), si terrà a Milano il 25 maggio 2026, presso Copernico Isola for S32.

Il tema scelto per questa edizione – “Builders of Change: the real impact of no-code” – riflette il ruolo sempre più centrale delle piattaforme no-code nella trasformazione dei processi aziendali.

Il Jamio Community Day si conferma come un momento di confronto tra aziende, professionisti e decision maker che stanno già utilizzando approcci innovativi per portare rapidamente in produzione processi complessi, mantenendo al tempo stesso governance, scalabilità e integrazione con i sistemi esistenti.


Un ecosistema in evoluzione

L’evento nasce per valorizzare l’ecosistema e la community di Jamio, mettendo al centro esperienze reali e risultati concreti ottenuti sul campo. Durante il pomeriggio, la community condivide casi d’uso, dati e insight su come il no-code e l’integrazione AI stiano ridefinendo il modo in cui le organizzazioni progettano e sviluppano applicazioni.

Il contributo del partner DWIT rafforza ulteriormente questo percorso, nonchè la terza edizione del JCD 2026, evidenziando come le competenze di dominio, unite a una piattaforma cloud enterprise, possano trasformare processi complessi in soluzioni operative in tempi rapidi.


Un appuntamento che cresce con la community

Giunto alla sua terza edizione, il Jamio Community Day rappresenta un punto di riferimento per chi opera nell’ambito del no-code in Italia. Un evento che racconta l’evoluzione della piattaforma e, soprattutto, delle organizzazioni che la utilizzano per costruire soluzioni digitali sempre più strategiche.

Jamio e DWIT parter Jamio Community Day
Dal blog di Jamio openwork no-code

Modernizzazione dei sistemi: innovare senza stravolgere

Modernizzare processi aziendali cloud nocode lowcode

La modernizzazione dei sistemi non è più sinonimo di trasformazioni radicali e invasive, ma di un’evoluzione continua e sostenibile. Un approccio incrementale consente alle aziende di innovare processi, tecnologie e integrazioni senza interrompere l’operatività, riducendo i rischi e accelerando i risultati. Superando il modello dei grandi progetti monolitici, oggi la modernizzazione si sviluppa attraverso interventi progressivi che generano valore fin da subito.

Al centro di questo cambiamento ci sono i processi, non solo i sistemi: è lì che si creano efficienza, decisioni e vantaggio competitivo. Tecnologie come il cloud e il no-code permettono di connettere ciò che già esiste, rendendo l’innovazione più rapida e adattabile. In parallelo, i dati diventano un asset strategico, capace di guidare le decisioni e migliorare continuamente le performance.

Il vero successo nasce dall’equilibrio tra visione architetturale e capacità di execution: progettare il futuro dei sistemi, ma anche realizzarlo in modo concreto e progressivo.

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